Un estratto del libro di Jean-Charles Vegliante: Comme celui qui voit. Essai sur Dante, Tarabuste Éditeur, Saint-Benoit-du-Sault (2024)

Un estratto del libro di Jean-Charles Vegliante: Comme celui qui voit. Essai sur Dante, Tarabuste Éditeur, Saint-Benoit-du-Sault (2024)

17 Marzo 2025 Off di Francesco Biagi

Presentiamo un estratto del libro di Jean-Charles Vegliante, Comme celui qui voit. Essai sur Dante, Tarabuste Éditeur, Saint-Benoit-du-Sault, 2024, pp. 24-29. Siamo al § 3 del primo capitolo, “Un essai en diagonale”. Ai testi di Dante (citati qui nell’originale) aggiungiamo anche la traduzione francese dell’autore: oltre che un saggio su Dante, che l’autore ben conosce, avendo tradotto in francese la Divina Commedia, il libro è in effetti anche una riflessione generale sull’arte del tradurre e sul modo di trasporre un testo poetico in lingua diversa dall’originale.

 

Una tale ascesa verso l’universale, divenendo sempre più riflessiva (e autoriflessiva talvolta) si accompagna a una più forte implicazione dello “scriba” Alighieri, che vede, per uno straordinario privilegio, ciò che lo minaccia o addirittura certamente lo attende dopo la morte. Egli sente in particolare il peso terribile delle colpe che gravano sugli orgogliosi e si spaventa per il fuoco della lussuria. L’incontro con l’amico di gioventù Forese Donati, fratello della buona Piccarda, è anche promessa di un rivedersi futuro: si è lontani dallo sguardo da visitatore – anche se certo partecipe – che egli aveva nei riguardi dell’inferno e dei suoi abitanti! Ecco: il processo di affinamento (molla profonda del purgatorio) a questo punto è iniziato; ci siamo. Tutto ciò che proviene ancora dalla psicologia individuale, privata, particolarizzante, svanisce. Siamo giunti alle grandi cause dell’essere, e innanzitutto all’amore – il quale è naturalmente buono, «sempre sanza errore» (Purgatorio XVII, 94) – forza cosmica, che domina nei suoi molteplici aspetti il purgatorio, così come l’orgoglio dominava l’inferno. Un amore senza gli ornamenti del sentimento, a meno che non possano aiutare a superare se stessi; e cioè infine epurato dalle false distinzioni fra le età, le condizioni sociali e i sessi… Se l’inferno era un mondo violento, chiuso nel suo orgoglio, soprattutto maschile (abbiamo udito l’imprecazione di Francesca da Rimini, strappata al suo bisogno di pace da una tempesta passionale in gran parte subita), pietrificato nella sua brutalità, nel purgatorio Beatrice sostituirà Virgilio, in qualità di guida potente, che mostra il buon cammino (odigitria); lei   si varrà dell’aiuto di un’altra figura femminile, Matelda, il cui ruolo è essenziale per il cammino del viaggiatore (e del poeta Stazio ben conosciuto da Dante – anello di congiunzione tra Virgilio e i primi autori cristiani, creato qui come personaggio), per il suo “trapasso” in senso letterale, e per la sua ascesa verso il regno superiore e la purificazione dalle memorie individuali, in vista della rivelazione finale:

 

Così, poi che da essa preso fui,

la bella donna mossesi, e a Stazio

donnescamente disse: «Vien con lui»

(Purgatorio, XXXIII, 133-135)[1].

 

E poiché Dante era innegabilmente un uomo, e per certi versi un uomo seducente per le donne, ci troviamo qui di fronte a una scoperta-accettazione del femminile – in lui e, ancora una volta, in noi tutti, per i quali egli ha scritto. Nell’inferno, solo Virgilio (e, per breve tempo, un “buon” centauro) potevano essergli guida. Qui, con ben maggiore fermezza, è Beatrice a farsi carico di lui, oggi potremmo dire: se ne prende cura. Egli la accetta con gioia, la chiama «ammiraglio», e riceve più di una volta i suoi insegnamenti, spesso un po’ scherzosi (sia detto di passaggio, sono begli esempi di humour medievale, presente anche nelle scienze naturali e fisiche). Egli è allo stesso tempo uno scolaro – un bambino infans davanti al mistero ultimo – ed è un po’ femminilizzato anche lui, visto che accetta gli aiuti forniti tempestivamente, donnescamente (termine che ho cercato di tradurre col gesto, o con l’atto così attento e femminile della bella Matelda): va notato che aiuti e soccorsi riguardano ugualmente uno spirito che è passato purificandosi attraverso il purgatorio (Stazio) e un vivente fisicamente ben presente, un nostro simile che ha rischiato di svenire,  e ci rappresenta tutti.

 

Per poter compiere un simile passaggio, il poeta deve rinunciare alle antiche scorie dei suoi propri “labili” ricordi privati, per aprirsi alla grande rivelazione promessa. E già molto prima, nell’elogio della defunta beatrice Portinari (occasione per il bilancio della Vita nova), il giovane Dante aveva affermato che niente o quasi niente poteva conservarsi nel suo «libro della memoria» di quel che aveva preceduto l’incontro con questa fanciulla meravigliosa, a nove anni. Per noi è una confessione appena velata che con questo libellus giovanile egli intende operare una ricostruzione puramente letteraria – certo senza alcuna malafede: si tratta di una difesa pro domo, presentata come un gentile «piccolo libro» con l’apparenza di un vero esame autobiografico (e anche biobibliografico): «In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova»[2]; con la grande iniziale maiuscola I, che rinvia a quella della Bibbia «In principio creavit Deus…», ed anche, si pensava, al primo nome di Dio divenuto allora pronunciabile[3]. In effetti è difficile credere – a meno di non voler supporre una enorme rimozione (alla quale del resto l’idea di memoria come chiara iscrizione in un «libro» non sarebbe contraria) – che prima di quest’età ci siano state solo ombre vaghe di ricordi, più o meno immaginari o comunque ricostruiti. Si può ricordare il presentimento quasi soprannaturale (ma ci credeva davvero egli stesso?) di Dante ancora lattante, a meno di un anno d’età, in occasione della nascita della piccola Beatrice, in una poesia delle Rime – del resto non a caso assente dalla severa scelta antologica della Vita nuova:

 

Lo giorno che costei nel mondo venne

secondo che si trova

nel libro de la mente che vien meno,

la mia passione pargola sostenne

una passïon nova,

tal ch’io rimasi di paura pieno;

ch’a tutte mie virtù fu posto un freno

subitamente, sì ch’io caddi in terra,

per una luce che nel cuor percosse:

e se ‘l libro non erra,

lo spirito maggior tremò sì forte

che parve ben che morte

per lui in questo mondo giunta fosse:

ma or ne incresce a quei che questo mosse[4].

 

I presentimenti non sono rari nell’opera dell’Alighieri, come pure le tracce ambigue e più antiche di un passato dimenticato ma ancora attivo, presente-assente nell’esistenza attuale, una sorta di anamnesi «senza memoria» iscritte nella muta carne, come dirà più tardi Giovanni Pascoli (quasi appartenessero a un Infans arcaico, perduto, inosservabile, un bambino “teorico” secondo Freud)[5]. Ma quel ricordo delle Rime, intravisto al limite della cancellazione definitiva, «che vien meno», resta senza seguito, sia nella Vita nova che nella Commedia. Una sparizione opportuna in vista della monumentale costruzione che Dante sta preparando? Una sorta di nascondimento, di cui si era stupito il primo amico, Guido Cavalcanti, quando gli aveva scritto, un po’ scherzoso, un po’ invidioso, a proposito delle loro avventure amorose per molti versi immaginarie, sospinte da una fascinazione seducente: «E tu, che se’ de l’amoroso regno/là onde di merzé nasce speranza…» (Sonetto S’io fosse quelli…)[6].

 

Il fine principale di Dante come personaggio, oltre ai diversi livelli di lettura che devono sempre essere presenti, secondo la tradizione ermeneutica dei Padri della Chiesa, sembra essere quello di servire da canale (scriba, s’è detto, ma anche testimone col suo stesso corpo), da mezzo fatico di comunicazione e di scambio, per così dire, tra l’al di là ed il qui ed ora della lettura. Con la sua parola e il suo stesso corpo, che ne porterà testimonianza, è lui che si sposta, agisce, si muove e fa muovere le cose, soprattutto nel regno del purgatorio, sul quale non a caso ci soffermiamo maggiormente. In esso, in effetti, l’eternità sembra in sospeso, quanto meno ancora soggetta ad evoluzione, come sarebbe sulla terra per un credente (cosa resterà della montagna sacra col suo ruolo provvisorio, in attesa «d’aver, quando che sia, di pace stato» – XXVI, 54[7] – dopo la fine dei tempi, nessuno lo sa[8]), a cominciare dal viaggiatore Dante, di cui ora ci occupiamo: egli è convinto, e lo ha scritto, di dover passare di nuovo per questo regno, e per farvi soggiorno veramente, per purificazione, dopo la sua morte. Il poeta Stazio, di cui abbiamo visto l’importanza, ci sarebbe rimasto più di dodici secoli! In ogni caso si può dire che questo regno intermedio, transitorio, non è solo visitato da Dante – è una differenza importante rispetto ai racconti odeporici precedenti – ma anche in certo modo saggiato, testato, provato; forse, per quanto possibile, addomesticato, da lui ancora vivo, nella prospettiva della propria salvezza, ma anche, grazie al libro, per la nostra edificazione di lettori. È proprio questo l’obiettivo dichiarato, la intentio auctoris che presiede alla costruzione coerente, monumentale dell’opera, o meglio del «poema sacro/al quale ha posto mano e cielo e terra»[9] (Paradiso, XXV, incipit).

 

NOTE: 

[1] Ainsi, m’ayant déjà pris à côté d’elle

la belle dame se mut, et dit à Stace

d’un acte féminin : « Viens avec lui »

[2] La vita nova, § 1.

[3] «Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,

I s’appellava in terra il sommo bene

onde vien letizia che mi fascia;

e El si chiamò poi: e ciò convene…» (Paradiso, XXVI, 133-136)

 

(Avant qu’à l’angoisse d’enfer je descende

sur terre s’appelait I le bien suprême

d’où vient l’allégresse qui m’emmaillote ;

puis il fut nommé El ; e c’est dans l’ordre… »)

[4] Le jour que celle-là apparut au monde,

selon ce qui se trouve

au livre de la mémoire qui s’estompe,

ma personne petite dut soutenir

une passion nouvelle,

si forte que je restai plein d’épouvante ;

à toutes mes facultés fut mis un frein

soudainement, tel que je tombai à terre,

frappé par un trait lumineux dans le cœur.

Et si le livre n’erre,

mon esprit vital fut ébranlé si fort

qu’il sembla que la mort

était dans ce monde pour lui advenue :

et il en eut regret, Celui qui l’a mû.

 

[5] Cfr. il mio Giovanni Pascoli. L’impensé la poésie, Mimésis, Paris-Sesto San Giovanni, 2018 (in particolare sul Sogno della vergine). Nel canto XIX del Purgatorio, Dante fa un sogno spaventoso, che la sua immaginazione (liberata dalla notte) rende seducente, adornandolo di belle forme femminili, come un pre-ricordo arcaico di sirena; l’intervento di Virgilio (anche qui sollecitato da una donna santa) lo strappa infine alla donna informe, il cui terribile odore lo risveglia brutalmente.

[6] Mais toi, qui du royaume amoureux es cygne, / là où d’avoir merci descend l’espérance… (Rime liii).

[7]d’obtenir, quand que ce soit, l’état de paix.

[8] Qualcuno ha continuato a cercarlo a lungo nel Nuovo Mondo scoperto (o “inventato” come si diceva) dal navigatore Cristoforo Colombo nel 1492 e 1493. C’è una rappresentazione notevole di questa follia nel film Aguirre, furore di Dio di Werner Herzog (1972)

[9] Sacré poème / auquel ont mis la main le ciel et la terre.